giovedì 10 luglio 2014

BRUCE SPRINGSTEEN REGISTA CON "HUNTER OF INVISIBLE GAME"

Di Diego Del Pozzo

Era soltanto una questione di tempo prima che accadesse, perché se c’è un artista rock sinceramente e perdutamente innamorato del cinema, dei suoi miti e del suo linguaggio questi è, senz'altro, Bruce Springsteen. Infatti, nel pomeriggio italiano di ieri, sul sito ufficiale brucespringsteen.net, i suoi milioni di fans sparsi in tutto il mondo hanno potuto godersi, in streaming contemporaneo globale, il cortometraggio di quasi 11 minuti che, di fatto, segna l’esordio dell’uomo di Asbury Park come regista cinematografico. Il breve film, firmato assieme a un collaboratore fidato come Thom Zimny, s’intitola “Hunter of Invisible Game”, proprio come il brano incluso nel recente album “High Hopes”.
Di enorme suggestione visiva, il corto è un poetico e intenso western dark, dal quale emerge in maniera evidente e, direi, prepotente l’amore (quasi una venerazione, in realtà) che Springsteen nutre nei confronti di John Ford e, in particolar modo, del suo capolavoro “Sentieri selvaggi”. Bruce appare anche in veste di attore protagonista (ed è davvero bravo!), nei panni di un uomo in lotta con i propri demoni interiori e con i fantasmi del passato. Intorno a lui, prendono letteralmente vita le innumerevoli narrazioni, i personaggi, le suggestioni, i temi che nutrono, fin dall'esordio del 1973 "Greetings from Asbury Park, N.J.", quello che possiamo tranquillamente definire "immaginario springsteeniano". Nella parte finale del film, si odono le note del brano omonimo, che poi scorre integralmente fino al suggestivo “The End” nel quale Bruce si concede addirittura un’uscita di scena a cavallo, come quelle degli eroi tanto amati dei western sui quali s'è formato.
Ma che cosa racconta "Hunter of Invisible Game"? Vediamo.
Un cacciatore malandato e claudicante, all'interno della sua buia baracca di legno, sfoglia un libretto di preghiere nel quale conserva alcune foto stropicciate e ingiallite dal tempo. In una c'è lui, da giovane, quando era più puro e meno provato dalla vita. In un'altra, s'intravede una bimba bionda, che lui guarda con affetto infinito e con altrettanto infinito rimpianto. "La notte scorsa - riflette l'uomo - mi sono svegliato per un forte ticchettio. E uno spaventapasseri in fiamme lungo i binari ferroviari. C'erano le città vuote e le pianure in fiamme...". Ma è soprattutto il suo passato che continua a tormentarlo.
Ricorda ancora quando mise incinta la sua Mary (Janey), quel giorno lungo il fiume. Lei aveva appena 17 anni, lui 19. Si sposarono senza sorrisi e, subito dopo, lui trovò un lavoro da manovale alla Johnstown Company. Poi, la crisi economica spazzò via ogni cosa. Lui fuggì via. La sua donna si trasferì con la mamma nella zona di Shawnee Lake. Non ancora pronta per crescere quella neonata, pensò più volte di abbandonarla in una cesta lungo il fiume, ma questo lui non lo ha mai saputo. La ragazza, però, si fece forza. Senza un compagno, decise di crescere comunque la sua bambina. Lui la conobbe anni dopo, durante una breve riconciliazione con la sua Mary (Janey). La amò subito, ma nonostante ciò, roso dai sensi di colpa, decise di andare via. E adesso, di lei e dell'unica donna mai amata gli restano solo una foto e quei flash violenti che gli squarciano continuamente la mente e i sogni.
Stanotte però, dopo tanti anni, l'uomo ha deciso di tornare da loro. Così, esce dalla baracca, imbraccia il fucile, prende il bastone che gli serve per camminare meglio e sale a cavallo. Dopo molte ore al galoppo, finalmente raggiunge la vecchia casa di Shawnee Lake, ma ciò che trova è soltanto un rudere spoglio e desolato. "Là nella radura, oltre l’autostrada, sotto la luce della luna, la nostra casa risplendeva. Ho attraversato il cortile, mi sono buttato attraverso la porta d’ingresso. Il mio cuore batteva forte. Mi sono precipitato per le scale. La stanza era buia, il nostro letto vuoto. In quell’istante ho sentito quel lungo fischio lamentoso e sono caduto in ginocchio, con la testa tra le mani e ho pianto". E, mentre quel treno che ti porta sempre più giù s'allontana, l'uomo capisce che per lui è arrivato il momento della fine. Corre via, raggiunge il ruscello lì vicino, vi s'immerge a torso nudo e decide di abbandonarsi all'oblio. Intorno a lui, soltanto il suo cavallo e la natura selvaggia degli Stati interni, tra fiumi di montagna, alternanza di fitti boschi e praterie desolate, falò notturni in lontananza e gli occhi che si chiudono nel vuoto a ricordare una bambina e una giovane donna ormai perse per sempre.
Lo risvegliano all'alba i passi di un ragazzino. Gli s'avvicina, lo saluta, gli dice che s'è perso. Accade tutto in un attimo. L'uomo si sciacqua il viso con l'acqua ghiacciata, si ridesta, s'arrampica letteralmente lungo la sponda del ruscello e decide di rimettersi in piedi. Forse, non è troppo tardi per dare definitivamente la caccia a quella preda invisibile che continua a tormentarlo da anni: il ragazzo deve tornare a casa. Così, lo fa montare a cavallo e, dopo alcuni giorni di marcia, lo restituisce all'affetto dei suoi cari. Adesso, l'uomo può ricominciare a vivere. Può andare avanti. Si allontana da quella famiglia di nuovo felice, che lo saluta dall'uscio di casa. Si tuffa nuovamente in mezzo a quella natura selvaggia e rigogliosa che, ormai, lo ha accolto come un figlio. Ma lo fa con spirito nuovo. La preda invisibile non scappa più. Anzi, è diventata una presenza rassicurante che lo accompagna verso il futuro, mentre a cavallo attraversa quei paesaggi sui quali il sole non tramonta mai.
"Hunter of Invisible Game" è un autentico manifesto poetico, nonché una dichiarazione d'amore nei confronti di quel cinema che, d’altra parte, fa da fonte privilegiata per la scrittura visionaria ed estremamente narrativa di Bruce Springsteen fin dai suoi primi album. Basti pensare a brani "mitici" come "Thunder Road", "Badlands" o "Nebraska", per citare semplicemente i più espliciti in tal senso. Ma, come approfondiamo io e Vincenzo Esposito nel nostro libro "Il cinema secondo Springsteen" (so che è antipatico autocitarsi, ma oggettivamente si tratta dell'unica monografia dedicata al rapporto tra Bruce e il cinema), quello col grande schermo, per lui, s'è trasformato, nel corso degli anni, in un rapporto complesso e articolato, fatto di dare e di avere, perché a sua volta il rocker del New Jersey ha ispirato (e continua a farlo) con i temi del proprio personale e ormai vastissimo immaginario film di successo come, volendo limitarsi soltanto a due titoli, "Lupo solitario" di Sean Penn (tratto integralmente dal brano "Highway Patrolman" di "Nebraska") o il più recente "The Wrestler" di Darren Aronofsky (interpretato e fortemente voluto dall'amico Mickey Rourke). E, più ad ampio raggio, ha fatto lo stesso con tanti registi affini alla sua poetica, da John Sayles a Jonathan Demme, dai fratelli Coen al già citato Penn, da James Mangold a Gus Van Sant e Alexander Payne, fino a un gigante profondamente springsteeniano come Martin Scorsese.
Al di là di tutto, però, "Hunter of Invisible Game" è anche la testimonianza tangibile della voglia dell'artista Springsteen di non fermarsi mai e, ancora oggi, di assecondare costantemente la propria curiosità. Prossimo passo, si spera, il primo lungometraggio da regista.
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2 commenti:

  1. col cazzo che si spera per il lungometraggio. Prossimo passo, disco acustico. Nimi

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