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martedì 3 novembre 2015
SPRINGSTEEN, PORTELLI E UN INCONTRO SULL'AMERICAN DREAM
Mercoledì
4 novembre, all’Accademia di Belle Arti di Napoli è in programma una giornata
di studio per riflettere sull’american
dream e sulle sue promesse mancate, attraverso la musica, il cinema, la letteratura
e la storia sociale.
Intitolata
opportunamente Bruce Springsteen e lo
“sfuggente sogno americano” (con riferimento a quel “runaway american
dream” citato nella hit Born to Run)
e organizzata dal Triennio di Fotografia, Cinema e Televisione (cattedre di
Storia e teoria dei nuovi media e Teoria e analisi del cinema e
dell’audiovisivo), la giornata ha come occasione la presentazione a Napoli del nuovo
libro di Alessandro Portelli, Badlands.
Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni, edito da Donzelli.
Portelli
ne dialogherà, alle 17 nel teatro “Niccolini” dell’Accademia, con i docenti Diego
Del Pozzo e Vincenzo Esposito (curatori del libro Il cinema secondo Springsteen, Mephite/Cinemasud, 2012), moderati
dal saggista e critico Stefano Fedele. La presentazione sarà preceduta, alle 15,
dalla proiezione del film La rabbia
giovane (Badlands, 1973) di
Terrence Malick e di alcuni videoclip di Springsteen.
Alessandro Portelli è un fan specialissimo del
rocker del New Jersey. Considerato tra i fondatori della storia orale, è professore
di Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma, ha fondato
e presiede il Circolo Gianni Bosio per la conoscenza critica e la presenza
alternativa della cultura popolare; e collabora con la Casa della Memoria e
della Storia di Roma e col quotidiano il
manifesto.
Col suo nuovo libro, slittando dalla musica alla
letteratura e dalla storia al presente, mette la sua nota affabulazione al
servizio del cantore dell’America che più ama, quella tutta fondata sul lavoro;
un’America in cui la promessa della mobilità sociale e della realizzazione di sé
è spesso frustrata e tradita e nella quale il “sogno americano” si fa ogni
giorno più sfuggente. Attraverso una rilettura dei testi che Portelli sa ancorare
al contesto culturale e storico, il libro guarda al mondo di Springsteen sotto
la lente del lavoro che divora le vite dei suoi personaggi; ma mette in
evidenza anche il sound travolgente dell’artista americano, capace di evocare,
nonostante tutto, l’orgoglio di essere ancora vivi e di non arrendersi mai.
lunedì 21 novembre 2011
UN INTERESSANTE INCONTRO SU DEMETRIO STRATOS
Interessante appuntamento culturale cine-rockeggiante, oggi pomeriggio a Napoli. Infatti, alle ore 15, nell'auditorium universitario di Incampus in via Mezzocannone 14, nell'ambito del convegno di storia del cinema Lavori in corso sarà proiettato Suonare la voce, antologia di video sperimentali di Demetrio Stratos.
A seguire, lo storico del cinema Vincenzo Esposito (curatore, assieme a Diego Del Pozzo, del libro Rock Around the Screen. Storie di cinema e musica pop, edito da Liguori) interverrà sul tema Democrazia vocale: il percorso politico e musicale di Demetrio Stratos, rievocando gli scenari della controcultura a Milano negli anni Settanta e analizzando gli esperimenti e la didattica musicale del compianto leader degli Area (nella foto, al Teatro dell'Elfo di Milano nel 1978).
sabato 23 luglio 2011
domenica 10 luglio 2011
COURTNEY LOVE MERCOLEDI' ALL'ISCHIA GLOBAL 2011
Di Diego Del Pozzo
Courtney Love arriverà a Ischia mercoledì sera, pochi giorni dopo aver festeggiato, ieri, i suoi quarantasette anni. C’è da scommettere, dunque, su un bell’happy birthday notturno, che sarà intonato per lei giovedì notte sulla spiaggia adiacente l’hotel Miramare e Castello di Ischia Porto dai tanti vip italiani e internazionali presenti sull’isola verde per l’Ischia Global Film & Music Fest 2011. Dall’entourage della chiacchieratissima “vedova nera” del rock mondiale, intanto, fanno sapere che l’ex signora Cobain sarà all’Ischia Global anzitutto per cantare. E, così, il produttore del festival, Pascal Vicedomini, ha messo al lavoro, in fretta e furia, la rodata blues band di Andrea Mingardi sul repertorio di colei che va considerata, inevitabilmente, come l’icona femminile “maledetta” del cinerock globale anni Novanta.
In questi pochi giorni, dunque, i musicisti di Mingardi setacceranno gli album classici delle Hole, a partire dal vendutissimo Celebrity Skin del 1998 e dal seminale Live Through This di quattro anni prima, uno tra i manifesti sonori della scena grunge, secondo molti massicciamente influenzato dalla personalità artistica dell’allora marito leader dei Nirvana. In entrambi i casi si tratta di scrigni strapieni di possibili hit, fatte apposta per infuocare la notte sulla spiaggia di Ischia Porto: dai ruvidi inni alternative Violet e Jennifer’s Body a pop song più levigate come Malibu (qui sopra il video), scritta per Courtney da Billy Corgan degli Smashing Pumkins. Ma è molto probabile che la rockeuse e attrice originaria di San Francisco vorrà proporre anche qualche brano tratto dai suoi non memorabili album più recenti, il solista America’s Sweetheart del 2004 e quel Nobody’s Daughter uscito l’anno scorso col marchio Hole ma, in realtà, attribuibile unicamente alla signora Love, senza alcun coinvolgimento di altri storici ex membri come la bassista Melissa Auf der Maur e il chitarrista Eric Erlandson.
A Courtney Love, in ogni caso, giovedì sera l’Ischia Global attribuirà un riconoscimento oltre che alla sua carriera di cantante rock anche a quella parallela di attrice cinematografica, sviluppatasi in particolare attraverso i ruoli da protagonista in film importanti come Larry Flint - Oltre lo scandalo (per il quale fu nominata ai Golden Globe nel 1996) e Man on the Moon (1999), entrambi diretti da un maestro come Milos Forman.
A Courtney Love, in ogni caso, giovedì sera l’Ischia Global attribuirà un riconoscimento oltre che alla sua carriera di cantante rock anche a quella parallela di attrice cinematografica, sviluppatasi in particolare attraverso i ruoli da protagonista in film importanti come Larry Flint - Oltre lo scandalo (per il quale fu nominata ai Golden Globe nel 1996) e Man on the Moon (1999), entrambi diretti da un maestro come Milos Forman.
lunedì 20 giugno 2011
martedì 24 maggio 2011
BOB DYLAN HA 70 ANNI: PER SEMPRE VIVO...
Di Antonio Tricomi
Quando scrisse Forever Young certo non intendeva questo. L'augurio che Dylan in quella canzone faceva ai figli, o forse al solo Jakob, allora il più piccolo, non era banalmente quello di non invecchiare, di non rincoglionirsi o di portarsi bene gli anni. C'era ovviamente qualcosa di più. C'erano inevitabilmente altre letture. In controtendenza con le ideologie ribellistiche e giovanilistiche degli anni Sessanta, Dylan, considerat
o a torto un leader di quel così detto "movimento", si è sempre mosso in tutt'altra direzione. Quelli che lo conobbero ventenne a New York nel 1961 hanno sempre raccontato che sembrava più piccolo di quello che era, senza barba e con il volto paffuto, ma che pure dava l'idea di "un vecchio".
Nel suo primo album, pubblicato nel '62, si avvertiva un atteggiamento fortemente adulto, il senso di una precoce maturità non tanto stilistica quanto umana. Nel suo modo di cantare e di suonare l'armonica o la chitarra respirava una tradizione antica, una commossa devozione ai grandi mestri del folk e del blues. Un ventenne che assimiliava Bertolt Brecht e Woody Guthrie, che imparava a memoria decine di canti tradizionali, che studiava Tucidide e Machiavelli. Il giovanilismo non è mai stato un tratto distintivo del suo approccio: alla vita e alla musica. A 22 anni era una star nel suo paese, a 24 lo era nel mondo, a 25 iniziò una fase di lungo ritiro dalle scene, a 28 era padre di cinque figli. Quando ne aveva 30 il pubblico hippy e barricadero lo considerava un vecchio reazionario traditore. E a 32 scrisse quella canzone, Forever Young. Che a questo punto si può forse tradurre con "per sempre vivo" piuttosto che "per sempre giovane".
Dylan si è sempre proiettato in avanti, è sempre stato più grande della vita, come si dice in America, per il semplice motivo che era più grande di tutti gli altri. E lo sapeva fin dall'inizio. A forza di portarsi avanti con il lavoro ha raggiunto i 70 ben saldo nella sua fama e nel suo prestigio. In direzione opposta a quella dei suoi amici Rolling Stones, che rimangono sulla breccia a patto di rifare se stessi, Dylan riscrive in continuazione la sua opera e la sua vita. Anche se in qualche modo si è bruciato (troppe donne, troppo alcol, troppe droghe, troppi dischi, troppi tour?) in un altro senso non si è bruciato affatto. Anzi, ha come trovato una formula magica.
Lui c'era prima dei Beatles e degli Stones e c'è ancora. Ha 70 anni, da 50 fa musica, ogni anno effettua un tour mondiale, ogni suo nuovo disco schizza in vetta alle classifiche facendo a pezzi "colleghi" che hanno l'età dei suoi nipoti. Trovatene un altro così, se vi riesce. Forever Young, Forever Old, quello che vi pare. Ma io direi FOREVER e basta.
Nel suo primo album, pubblicato nel '62, si avvertiva un atteggiamento fortemente adulto, il senso di una precoce maturità non tanto stilistica quanto umana. Nel suo modo di cantare e di suonare l'armonica o la chitarra respirava una tradizione antica, una commossa devozione ai grandi mestri del folk e del blues. Un ventenne che assimiliava Bertolt Brecht e Woody Guthrie, che imparava a memoria decine di canti tradizionali, che studiava Tucidide e Machiavelli. Il giovanilismo non è mai stato un tratto distintivo del suo approccio: alla vita e alla musica. A 22 anni era una star nel suo paese, a 24 lo era nel mondo, a 25 iniziò una fase di lungo ritiro dalle scene, a 28 era padre di cinque figli. Quando ne aveva 30 il pubblico hippy e barricadero lo considerava un vecchio reazionario traditore. E a 32 scrisse quella canzone, Forever Young. Che a questo punto si può forse tradurre con "per sempre vivo" piuttosto che "per sempre giovane".
Dylan si è sempre proiettato in avanti, è sempre stato più grande della vita, come si dice in America, per il semplice motivo che era più grande di tutti gli altri. E lo sapeva fin dall'inizio. A forza di portarsi avanti con il lavoro ha raggiunto i 70 ben saldo nella sua fama e nel suo prestigio. In direzione opposta a quella dei suoi amici Rolling Stones, che rimangono sulla breccia a patto di rifare se stessi, Dylan riscrive in continuazione la sua opera e la sua vita. Anche se in qualche modo si è bruciato (troppe donne, troppo alcol, troppe droghe, troppi dischi, troppi tour?) in un altro senso non si è bruciato affatto. Anzi, ha come trovato una formula magica.
Lui c'era prima dei Beatles e degli Stones e c'è ancora. Ha 70 anni, da 50 fa musica, ogni anno effettua un tour mondiale, ogni suo nuovo disco schizza in vetta alle classifiche facendo a pezzi "colleghi" che hanno l'età dei suoi nipoti. Trovatene un altro così, se vi riesce. Forever Young, Forever Old, quello che vi pare. Ma io direi FOREVER e basta.
lunedì 23 maggio 2011
BOB DYLAN HA 70 ANNI: QUANDO SUONO' A PAESTUM...
Per celebrare degnamente i 70 anni di Bob Dylan, ho deciso di allestire un vero e proprio piccolo speciale col contributo determinante dell'amico Antonio Tricomi, che ha pensato bene di regalarmi tre suoi articoli: uno già pubblicato (quello qui sotto, dedicato al concerto del 2006 nell'area archeologica di Paestum) e due inediti, che inserirò domani. E allora: buona lettura a tutti e tanti auguri a Dylan. (d.d.p.)
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Di Antonio Tricomi---------------------------------------------------------------------
(La Repubblica - 19 luglio 2006)
L' uomo sottile appare sul palco, sullo sfondo il tempio di Cerere a Paestum. Quattromila persone gremiscono l' arena della rassegna Antichità spettacolari, che lunedì sera ha ospitato Bob Dylan. Prenotazioni per il concerto sono giunte da tutta Italia e anche dall'estero, l'età media degli spettatori è nettamente inferiore a quella della star sul palco: confusi tra il pubblico, Ligabue e Vinicio Capossela.
Appena si accendono le luci sul palco, Dylan attacca con il suo classico Maggie's Farm. La voce aspra e ruvida, lo stile tagliente e declamatorio, il suono concitato colpiscono immediatamente al cuore. E' cambiato, dopo oltre quarant'anni, lo strumento con cui Dylan si accompagna: il passaggio dalla chitarra alla tastiera imprime all'intero show una più netta impronta anni Sessanta, con echi di rock-blues urbano e qualche suggestione psichedelica. Ed è soprattutto al suo glorioso repertorio di quel decennio che Dylan attinge, ricantando e spesso riscrivendo i classici dell'epoca: Mr. Tambourine Man, Desolation Row, All Along the Watchtower, stessi testi e diverse melodie. Meno irriconoscibili Ballad of a Thin Man e Memphis Blues Again.
Durante le preziose esecuzioni di It' s Alright Ma' e di Just Like a Woman una parte del pubblico, certo la meno motivata, volta le spalle al palco perché incuriosita dalle presenza di Ligabue. Dylan non se accorge e comunque non avrebbe importanza: abito nero aderente ed enorme cappello bianco da cowboy, il 65enne artista americano conduce con polso fermo uno show austero e rigoroso, due ore di musica senza compromessi, spericolati virtuosismi vocali e lirici assoli di armonica ancora capaci di meravigliare il pubblico. Non dice una parola, se non per presentare la sua band verso la fine del concerto. Su Just Like a Woman, sorriso enigmatico stampato sul volto, Dylan invita i fan a fare il coro sul refrain e risponde variando ogni volta la frase di chiusura. Il primo bis è Like a Rolling Stone, il pubblico sembra esplodere in un'ovazione. Il suono è simile a quello originale del 1965, eppure si tratta indubbiamente di una colonna sonora ideale per questi tempi sbandati.
Come in un gioco di specchi, un titano del Novecento confonde le carte tra passato e presente e lancia la sua sfida al futuro. La fama e il prestigio gli consentirebbero di riempire gli stadi, a patto di offrire una versione museificata della sua arte. Ma Dylan preferisce battere altre strade, le sue. Insofferente al suo mito e unicamente devoto alla sua musica e alle sue parole.
Appena si accendono le luci sul palco, Dylan attacca con il suo classico Maggie's Farm. La voce aspra e ruvida, lo stile tagliente e declamatorio, il suono concitato colpiscono immediatamente al cuore. E' cambiato, dopo oltre quarant'anni, lo strumento con cui Dylan si accompagna: il passaggio dalla chitarra alla tastiera imprime all'intero show una più netta impronta anni Sessanta, con echi di rock-blues urbano e qualche suggestione psichedelica. Ed è soprattutto al suo glorioso repertorio di quel decennio che Dylan attinge, ricantando e spesso riscrivendo i classici dell'epoca: Mr. Tambourine Man, Desolation Row, All Along the Watchtower, stessi testi e diverse melodie. Meno irriconoscibili Ballad of a Thin Man e Memphis Blues Again.
Durante le preziose esecuzioni di It' s Alright Ma' e di Just Like a Woman una parte del pubblico, certo la meno motivata, volta le spalle al palco perché incuriosita dalle presenza di Ligabue. Dylan non se accorge e comunque non avrebbe importanza: abito nero aderente ed enorme cappello bianco da cowboy, il 65enne artista americano conduce con polso fermo uno show austero e rigoroso, due ore di musica senza compromessi, spericolati virtuosismi vocali e lirici assoli di armonica ancora capaci di meravigliare il pubblico. Non dice una parola, se non per presentare la sua band verso la fine del concerto. Su Just Like a Woman, sorriso enigmatico stampato sul volto, Dylan invita i fan a fare il coro sul refrain e risponde variando ogni volta la frase di chiusura. Il primo bis è Like a Rolling Stone, il pubblico sembra esplodere in un'ovazione. Il suono è simile a quello originale del 1965, eppure si tratta indubbiamente di una colonna sonora ideale per questi tempi sbandati.
Come in un gioco di specchi, un titano del Novecento confonde le carte tra passato e presente e lancia la sua sfida al futuro. La fama e il prestigio gli consentirebbero di riempire gli stadi, a patto di offrire una versione museificata della sua arte. Ma Dylan preferisce battere altre strade, le sue. Insofferente al suo mito e unicamente devoto alla sua musica e alle sue parole.
venerdì 18 marzo 2011
UNA INTERESSANTE MOSTRA SULLE "CARTE" DI KUBRICK
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 18 marzo 2011)
(Il Mattino - 18 marzo 2011)
Il paradosso che accompagna l'opera cinematografica (nonché la parabola esistenziale) di un genio della Settima Arte come Stanley Kubrick è indagato da prospettive inedite nell'ambito di una interessante iniziativa culturale che s'inaugura stasera (alle 20) presso il Mav, il Museo archeologico virtuale di Ercolano. Carta Kubrick - questo il titolo della manifestazione - affronta, infatti, il corpo a corpo col cinema e la vita del compianto autore di Lolita e Full Metal Jacket attraverso l'analisi dei materiali promozionali cartacei legati al lancio e alla diffusione commerciale dei suoi film: materiali sempre concepiti e rifiniti direttamente, in ossequio alla cura maniacale dei dettagli e all’esigenza di controllo assoluto che ne caratterizzava il modo di lavorare. Dunque, manifesti, locandine, press-book, fotobuste, pagine pubblicitarie e altri supporti iconografici saranno esposti al Mav - per un totale di oltre quattrocento pezzi, provenienti da collezioni private di tutto il mondo - fino a domenica 1 maggio, in quello che si propone come il primo allestimento sistematico legato a questo aspetto poco indagato della produzione kubrickiana. 
A inaugurare Carta Kubrick, stasera sarà presente al Mav anche il critico cinematografico Enrico Ghezzi, che già nel 1977 scrisse la prima monografia in italiano dedicata al regista statunitense, nell'ambito della storica collana Il Castoro Cinema. Assieme a Ghezzi, ci saranno anche il direttore del Mav Ciro Cacciola, il collezionista Umberto Cantone e il curatore della manifestazione Emanuele Donadio. "Questa mostra - sottolinea Cacciola - fa parte di un progetto più ampio, che punta allo sviluppo del Mav come centro di produzione culturale basato sulla sperimentazione di nuovi linguaggi e sull'innovazione dello stesso concetto di museo". Da parte sua, Donadio evidenzia un elemento specifico di Carta Kubrick: "Attraverso questi materiali – spiega – emerge con ulteriore forza la spasmodica attenzione dell'autore alla chiusura filologica del proprio testo filmico, che si manifesta, dunque, non soltanto nelle fasi di lavorazione sul set, ma anche nella cura estrema riposta proprio nell'ideazione e nella creazione dei vari materiali promozionali, capaci di assumere a loro volta la dimensione e il valore di opere kubrickiane a tutti gli effetti". Ogni venerdì, alla mostra saranno abbinati incontri e proiezioni (tutti a ingresso gratuito), con inizio sempre alle 20.30: la settimana prossima (25 marzo), l'assistente personale di Kubrick, Emilio D'Alessandro, presenterà Arancia meccanica (1971); il 1 aprile, incontro col produttore Angelo Curti e proiezione di Orizzonti di gloria (1957); l'8, il regista Antonio Capuano introdurrà alla visione di 2001: Odissea nello spazio (1968); il 15, risonorizzazione live di Shining (1980) a cura della band romana RanestRane; il 29, interverranno i registi Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri, prima della proiezione di Barry Lyndon (1975).
Nato a New York nel 1928, Stanley Kubrick ha agito dentro i confini dell'industria cinematografica come un autentico virus: apparentemente coerente con le sue logiche produttive e contenutistiche, infatti, al tempo stesso le ha regolarmente sabotate grazie all'assoluto controllo ben presto ottenuto sui propri film - nonostante da Arancia meccanica in poi siano prodotti e distribuiti dal colosso hollywoodiano Warner Bros. - e all'intransigenza verso qualunque forma di compromesso: basti pensare ai tempi biblici di lavorazione, impensabili per l'industria cinematografica; oppure all'assoluta invisibilità mediatica personale, ben presto trasformata abilmente in marchio riconoscibile su scala globale; e ancora, al lavorare sempre con lo stesso gruppo ristretto di persone fidate, spesso di famiglia; alla trasformazione della propria casa fuori Londra nel proprio luogo di lavoro; alla fermezza nel non mostrare a nessuno i pre-montati dei suoi film o nel distruggere il girato non incluso nelle versioni definitive. In queste e altre caratteristiche risiede il paradosso kubrickiano citato all'inizio, capace di azzerare la dicotomia tra autorialità e industria, anche nel modo in cui Kubrick ha piegato alle proprie esigenze comunicative i materiali promozionali tipicamente commerciali raccolti nella mostra del Mav: materiali che, in mano a lui, sono diventati a loro volta qualcosa di inedito e inimitabile.
A inaugurare Carta Kubrick, stasera sarà presente al Mav anche il critico cinematografico Enrico Ghezzi, che già nel 1977 scrisse la prima monografia in italiano dedicata al regista statunitense, nell'ambito della storica collana Il Castoro Cinema. Assieme a Ghezzi, ci saranno anche il direttore del Mav Ciro Cacciola, il collezionista Umberto Cantone e il curatore della manifestazione Emanuele Donadio. "Questa mostra - sottolinea Cacciola - fa parte di un progetto più ampio, che punta allo sviluppo del Mav come centro di produzione culturale basato sulla sperimentazione di nuovi linguaggi e sull'innovazione dello stesso concetto di museo". Da parte sua, Donadio evidenzia un elemento specifico di Carta Kubrick: "Attraverso questi materiali – spiega – emerge con ulteriore forza la spasmodica attenzione dell'autore alla chiusura filologica del proprio testo filmico, che si manifesta, dunque, non soltanto nelle fasi di lavorazione sul set, ma anche nella cura estrema riposta proprio nell'ideazione e nella creazione dei vari materiali promozionali, capaci di assumere a loro volta la dimensione e il valore di opere kubrickiane a tutti gli effetti". Ogni venerdì, alla mostra saranno abbinati incontri e proiezioni (tutti a ingresso gratuito), con inizio sempre alle 20.30: la settimana prossima (25 marzo), l'assistente personale di Kubrick, Emilio D'Alessandro, presenterà Arancia meccanica (1971); il 1 aprile, incontro col produttore Angelo Curti e proiezione di Orizzonti di gloria (1957); l'8, il regista Antonio Capuano introdurrà alla visione di 2001: Odissea nello spazio (1968); il 15, risonorizzazione live di Shining (1980) a cura della band romana RanestRane; il 29, interverranno i registi Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri, prima della proiezione di Barry Lyndon (1975).
Nato a New York nel 1928, Stanley Kubrick ha agito dentro i confini dell'industria cinematografica come un autentico virus: apparentemente coerente con le sue logiche produttive e contenutistiche, infatti, al tempo stesso le ha regolarmente sabotate grazie all'assoluto controllo ben presto ottenuto sui propri film - nonostante da Arancia meccanica in poi siano prodotti e distribuiti dal colosso hollywoodiano Warner Bros. - e all'intransigenza verso qualunque forma di compromesso: basti pensare ai tempi biblici di lavorazione, impensabili per l'industria cinematografica; oppure all'assoluta invisibilità mediatica personale, ben presto trasformata abilmente in marchio riconoscibile su scala globale; e ancora, al lavorare sempre con lo stesso gruppo ristretto di persone fidate, spesso di famiglia; alla trasformazione della propria casa fuori Londra nel proprio luogo di lavoro; alla fermezza nel non mostrare a nessuno i pre-montati dei suoi film o nel distruggere il girato non incluso nelle versioni definitive. In queste e altre caratteristiche risiede il paradosso kubrickiano citato all'inizio, capace di azzerare la dicotomia tra autorialità e industria, anche nel modo in cui Kubrick ha piegato alle proprie esigenze comunicative i materiali promozionali tipicamente commerciali raccolti nella mostra del Mav: materiali che, in mano a lui, sono diventati a loro volta qualcosa di inedito e inimitabile.
mercoledì 16 febbraio 2011
lunedì 7 febbraio 2011
I WHITE STRIPES NON ESISTONO PIU'!
Di Diego Del Pozzo
I White Stripes non esistono più! Con un comunicato ufficiale pubblicato mercoledì scorso sul sito ufficiale della
sua etichetta discografica Third Man Records, infatti, Jack White ha annunciato il definitivo scioglimento del duo che ha marchiato a fuoco la scena rock degli ultimi quindici anni. "I White Stripes - ha scritto Jack, col suo solito stile tra l'ironico e il disincantato - sono lieti di annunciare che oggi, 2 febbraio 2011, la loro band è ufficialmente finita, e che non realizzeranno più nuovi dischi o concerti. La ragione non è dovuta a divergenze artistiche o alla mancanza della volontà di continuare. E neppure a problemi di salute, visto che sia Meg che Jack stanno benone. E' invece per una miriade di ragioni: ma soprattutto per preservare ciò che di bello e di speciale c'è nella band, e che deve sopravvivere per sempre".
In realtà, però, si sa che Meg soffre da tempo di depressione, dopo la fine del suo matrimonio con Jack, che nel frattempo ha iniziato una seconda vita traslocando da Detroit a Nashville, sposando la modella Karen Elson (della quale ha prodotto anche l'interessante album d'esordio) e dividendosi tra una serie di progetti secondari, come Dead Weather e Racounters, che a questo punto diventano le sue band ufficiali.
Nel comunicato, comunque, si precisa che il materiale ancora inedito, da studio e live, dei White Stripes sarà regolarmente pubblicato, anche se l'avventura della band termina ufficialmente col sesto album Icky Tump di tre anni fa.
sua etichetta discografica Third Man Records, infatti, Jack White ha annunciato il definitivo scioglimento del duo che ha marchiato a fuoco la scena rock degli ultimi quindici anni. "I White Stripes - ha scritto Jack, col suo solito stile tra l'ironico e il disincantato - sono lieti di annunciare che oggi, 2 febbraio 2011, la loro band è ufficialmente finita, e che non realizzeranno più nuovi dischi o concerti. La ragione non è dovuta a divergenze artistiche o alla mancanza della volontà di continuare. E neppure a problemi di salute, visto che sia Meg che Jack stanno benone. E' invece per una miriade di ragioni: ma soprattutto per preservare ciò che di bello e di speciale c'è nella band, e che deve sopravvivere per sempre".In realtà, però, si sa che Meg soffre da tempo di depressione, dopo la fine del suo matrimonio con Jack, che nel frattempo ha iniziato una seconda vita traslocando da Detroit a Nashville, sposando la modella Karen Elson (della quale ha prodotto anche l'interessante album d'esordio) e dividendosi tra una serie di progetti secondari, come Dead Weather e Racounters, che a questo punto diventano le sue band ufficiali.
Nel comunicato, comunque, si precisa che il materiale ancora inedito, da studio e live, dei White Stripes sarà regolarmente pubblicato, anche se l'avventura della band termina ufficialmente col sesto album Icky Tump di tre anni fa.
sabato 5 febbraio 2011
A MARZO RITORNANO I R.E.M. CON "COLLAPSE INTO NOW"
Di Diego Del Pozzo
Il nuovo album
dei R.E.M. s'intitolerà Collapse Into Now e uscirà tra poco più di un mese, l'8 marzo. Il titolo è stato scelto da Patti Smith, rockeuse molto amica della band, con la quale duettò già ai tempi di E-Bow the Letter, un brano estremamente suggestivo contenuto in New Adventures in Hi-Fi del 1996.
Sulla scelta del titolo, il chitarrista Peter Buck ha sottolineato: "Dare un titolo a un album è sempre difficile. Così, mentre Patti stava dando un'occhiata ai testi, all'improvviso ci ha detto: "Che ne direste di Collapse Into Now?" E a lei non si può proprio dire di no!".
Naturalmente, nel nuovo album Patty Smith sarà presente anche come interprete, in un duetto con Michael Stipe, che in un altro brano canterà anche insieme a un altro amico come Eddie Vedder dei Pearl Jam.
Il primo singolo, Discoverer, potrà essere scaricato gratuitamente dal sito ufficiale della band di Athens. Intanto, cliccando qui, potete godervi il video di una potente versione live del brano, tratta dal sito di Rolling Stone.
dei R.E.M. s'intitolerà Collapse Into Now e uscirà tra poco più di un mese, l'8 marzo. Il titolo è stato scelto da Patti Smith, rockeuse molto amica della band, con la quale duettò già ai tempi di E-Bow the Letter, un brano estremamente suggestivo contenuto in New Adventures in Hi-Fi del 1996.Sulla scelta del titolo, il chitarrista Peter Buck ha sottolineato: "Dare un titolo a un album è sempre difficile. Così, mentre Patti stava dando un'occhiata ai testi, all'improvviso ci ha detto: "Che ne direste di Collapse Into Now?" E a lei non si può proprio dire di no!".
Naturalmente, nel nuovo album Patty Smith sarà presente anche come interprete, in un duetto con Michael Stipe, che in un altro brano canterà anche insieme a un altro amico come Eddie Vedder dei Pearl Jam.
Il primo singolo, Discoverer, potrà essere scaricato gratuitamente dal sito ufficiale della band di Athens. Intanto, cliccando qui, potete godervi il video di una potente versione live del brano, tratta dal sito di Rolling Stone.
domenica 9 gennaio 2011
ECCO COME SONO GLI "SCARTI" SPRINGSTEENIANI...
E' incredibile pensare a cosa scartava Bruce Springsteen ai tempi di Darkness on the Edge of Town. Questa irresistibile pop-song recuperata nel recente album di inediti The Promise, per esempio, sarebbe balzata in testa a tutte le classifiche di vendita a fine anni Settanta, ma per lui era più importante l'integrità e la coerenza interna dell'album. Però, il mio amico Vincenzo mi ha fatto giustamente notare come un artista alla Billy Joel, per fare un esempio, su un brano simile avrebbe potuto costruire l'intera carriera. E, invece, il "Boss" la scartava a cuor leggero... (d.d.p.)
lunedì 3 gennaio 2011
sabato 1 gennaio 2011
martedì 16 novembre 2010
domenica 14 novembre 2010
martedì 9 novembre 2010
sabato 11 settembre 2010
SPIDERMAN ON BROADWAY: FIRST SONG!!!
In anteprima mondiale, dall'Hudson Theatre di New York e dalle frequenze del tv show Good Morning America (in onda sul network ABC), ecco il primo brano (Boy Falls from the Sky) dell'attesissimo musical Spiderman: Turn off the Dark. Lo presentano al pubblico gli autori Bono e The Edge degli U2, lo esegue Reeve Carney, che sarà il protagonista del musical nei panni di Peter Parker / Spiderman. Buon divertimento! (d.d.p.)
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